sabato 24 settembre 2016

A parlar d'amore...


... ti ascoltiamo, sempre. Perché tu sei Amore.



«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio,
ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”
».
Lc 16,19-31



Brano famoso, Gesù. Sulla misericordia e sulla sua mancanza. Sulla giustizia di D** basata sulla sua decisione di “fare i conti” solo alla fine, soltanto “dopo”. Qui c’è un Padre che condanna, un re che non da spazio a nessuna misericordia oltre questa vita. Ma che – anche in questa vita – non ricorre ad altri strumenti di conversione e di aiuto diversi da quelli che sono già a disposizione di tutti.
Qui, mi dicono, c’è un discorso sull’inferno e sulla sua irreparabilità. Ma c’è anche un discorso sul fatto che “noi sappiamo”, perché abbiamo “Mosè e i profeti” e dobbiamo essere capaci di credere a loro.
Sento un problema. Ma non è il discorso duro sull’Inferno. L’inferno merita discorsi duri e soltanto discorsi molto duri possono accompagnare messaggi e parole sull’inferno.
Neppure è sulla irreparabilità della salvezza, qui e ora, in questa vita, cioè. È vero, abbiamo “Mosè e i profeti”, abbiamo te e la tua parola e tu “sei risorto dai morti”.
Ma se non crediamo a Mosè e ai profeti neppure crediamo a te, che sei risorto dai morti.



Sento un problema, tuttavia, e allora provo ad ascoltarti.



Tu, Gesù, racconti una storia.
Banale.
C’è un ricco, della cui ricchezza nulla sappiamo, e che “se ne frega” altamente e bellamente di tutto quanto c’è attorno a lui, salvo che della sua ricchezza e, sopratutto, che se ne frega del povero disgraziato che è lì, ai piedi della sua ricca tavola, e ha soltanto cani per amici e aiuti.
Lo sai anche tu che è una storia banale. Infatti non le dedichi alcuna attenzione.
Ti serve solo come punto di partenza.
Perché la storia vera arriva soltanto dopo.
Lazzaro muore e muore anche il ricco. Legati dalla stessa scelta di D** per esistenze contrapposte legate in vita e in morte, come spesso capita.
E qui avviene il rovesciamento delle sorti. Rovesciamento ineguale, come ineguale fu la situazione di vita in cui i due si trovarono legati.
Infatti allo spazio concluso della vita dove alla ricchezza di uno è intrecciata la povertà e la miseria dell’altro si alterna uno spazio di durata indefinita dove i tormenti sono esattamente contrapposti ai beni ed altrettanto esattamente accentuati.
Il ricco è all’inferno e il povero è nella gioia di D**, cioè con Abramo che quella gioia rappresenta.
Che cosa ci racconti con questa storia?
Facciamo attenzione al dialogo nell'Aldilà.
Il ricco all’inferno e tra i dolori del fuoco vede, lontano, Lazzaro e Abramo.
Allora chiede ad Abramo se Lazzaro gli può bagnare la lingua con un dito intinto nell’acqua. Richiesta strana, Gesù.
Infatti il ricco non si è mai curato di Lazzaro; allora perché costui dovrebbe portare una goccia d’acqua al ricco? Qual’è la ragione della richiesta? Solo perché lo conosce?
Probabilmente è solo per questo. Si conoscono e allora, nel nome di quella con conoscenza, Lazzaro può aiutare il ricco.
Così pensa il ricco e così chiede ad Abramo. Ma Abramo rifiuta senza consultare Lazzaro, e rifiuta per due buone ragioni. La posizione dei due nell'Aldilà è il prezzo pagato per le condizioni di vita in questo spazio di vita. In più tra le due condizioni c’è un “grande abisso” che non può essere superato. Ogni tentativo o speranza sono inutili.
Allora il ricco chiede che vengano aiutati i suoi cinque fratelli, che sono esattamente come lui, e di mandargli Lazzaro ad ammonirli.






Ma la risposta di Abramo è durissima.
Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro
C’è tutta la Rivelazione e tutta la ricerca umana di D** che testimoniano, in abbondanza, che cosa deve governare i rapporti tra gli esseri umani.





Il famoso doppio comandamento, ricordato in Matteo 22, 37-40: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti»
Tutti sappiamo benissimo che cosa dobbiamo fare.






Non è la ricchezza di per sé a dannare il ricco. Della sua ricchezza tu non dici nulla. Nella tua parola e nelle tue parabole la ricchezza, come la povertà, sono un “dato di fatto”, un condizione del mondo che non può essere cambiata.
«I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (Gv 12, 8).




Quello che, invece, non è ovvio è come “si ama” il “prossimo”. Come, cioè ci amiamo tra di noi e indipendentemente dalla nostre condizioni economiche, sociali, culturali, personali, sessuali, di genere e affettive.
Se amo il prossimo come “me stesso” e se amo me stesso con tutta l’intensità che ci vuole per amare D**, infinito amante, allora va tutto bene e non ci sono infermi o pene per me.
Se invece non mi amo, ho paura di D**, seppellisco il suo talento sotto terra perché sono convinto che è un padrone ingiusto ed esigente, se mi ribello alla mia condizione umana, supponendo in essa una dannazione già in atto, allora l’inferno esiste ed esiste per me già qui, già in questa vita.
Infatti il ricco non sopravvive a Lazzaro, perché la sua vita è malata, in modo diverso da quella di Lazzaro, ma è malata a morte anch’essa.
Se non ami, se non dividi quel che hai con chi non ne ha, fai della tua vita, e della vita di chi dipende da te, un inferno. Inferno che prosegue anche dopo, qualsiasi cosa succeda “dopo”.
Perché se uno non dà retta a “Mosè e i profeti”, cioè al doppio comandamento dell’amore, allora non dà retta a D** stesso neppure se questo gli compare davanti in tutta la sua potenza e bellezza.
Perché noi siamo liberi e in questo spazio di libertà ci giochiamo tutto sull’amore. E non importa quanti errori facciamo amando. 
A chi ha amato molto molto viene perdonato (Lc 7, 47), perché è nell’amore. Ma a chi non ama nulla può essere perdonato, perché manca la materia prima del perdono, l’amore.
Così il ricco non è condannato da D** all’inferno, ma è lui che si sceglie l’inferno dove vivere per tutta l’eternità. E lo sceglie qui, in questa vita.



Infatti quando il ricco capisce la situazione chiede un intervento straordinario perché i suoi fratelli siano convinti.
Ma la nostra libertà prevede che non è possibile alcun “intervento straordinario”.
Manca qualsiasi voce che ci parla nella notte e sono assenti spiriti di ogni genere che ci suggeriscono soluzioni. Siamo qui e ci siamo ora e “dobbiamo amare”, perché l’unica cosa bella che sappiamo fare è amare.
Che poi è anche l’unica nostra attività feconda di figlie e di vite sempre nuove.

Ma dobbiamo ascoltare “Mosè e i profeti”.
Allora che cosa sono “Mosè e i profeti”?
Ecco.
Questa, secondo me, è una domanda sbagliata, perché se non ascolto “Mosè e i profeti” non ascolto neppure D** che si incarna, muore per me, perché mi ama, e quindi – in virtù di questo amore – risorge dai morti.



Tu completi e concludi, tu includi, Gesù.
Non mandi via mai nessuna e nessuno. Ma avverti che venirti dietro significa amare e per amare occorre essere leggeri.

Se ho troppi pesi non amo.
Neppure se ti vedo risorgere dai morti.
Grazie Gesù. 
Perché mi hai regalato il tuo amore ed è questo dono che mi fa vivere.

Ciao r





sabato 17 settembre 2016

Verrà la morte e...

"Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"

Scelgo il pezzo di un giornale tipicamente laico per mettere alcuni "puntini" sulle i di una questione di cui si parla con troppa facilità.
Avere una "morte degna".
Scelgo anche la poesia, grandissima, di un poeta laicissimo e suicida, Cesare Pavese.

L'articolo
http://www.ilpost.it/2016/09/17/belgio-eutanasia-minorenne/

La poesia
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Questa è l'epoca dove ci si dimentica del significante e ci si aggrappa, disperati naufraghi, al solo significato, alla sua "verità vera", o "pura".

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, dice il poeta.
Per me ha sempre gli occhi di Sebastiana.
Da quando lei è morta ho smesso di chiedermi che cos'è una "morte degna".

Gesù di Nazareth, il mio Amico e Amante, non è morto di una "morte degna" e, se escludiamo la resurrezione - difficile da escludere - tutta la fama e la gloria successiva della sua esperienza e tutte le persone - me compresa - che si richiamano più o meno confusamente a lui non levano un briciolo di sofferenza, né un atomo di indegnità alla sua morte e non consolano i discepoli della loro fuga o le donne dalla angoscia ben conosciuta di veder morire chi ami, e dal veder morire "così", in quel modo indegno, quel loro amico e maestro, così bello e così strano. Così imperdibile e così perduto.

Che cos'è una "morte degna"?
Quella di Viyan Qamışlo in Siria, combattendo contro l'Isis, è stata una morte degna?
La sua vita è stata degna. La sua morte - personalmente - avrei preferito non conoscerla, ma sapere che faceva figli o faceva giochi d'amore nel suo Curdistan nato indipendente.

Che cos'è una morte "degna"? E "degna" di che cosa?
"Degna" di chi?

Che cosa significa "morire"?
Ho visto morire persone, non tantissime, mi rendo conto, ma qualcuna sì. E da nessuna di queste esperienza so che cos'è "la morte".
So cosa resta dopo.
Una mancanza che non si quieta, una ferita che non si calma, un dolore che resta vivo. Qualcosa che non c'è e che dà la vita.

Non ho problemi con il suicidio.

Se mi suicido la condanna penale del suicidio è irrilevante, salvo che mi abbiate spinto, istigato o costretto al suicido.
Ma quello di Socrate non è un suicidio, come quello di Tiziana Cantone.
Suicidio è quello di Catone il Vecchio a mostrare che c'è chi "libertà va cercando ch'è sì cara/ come sa chi per lei vita rifiuta".
Perché lo scrivo?

Perché le leggi sulla eutanasia mi sembrano leggi contro l'esperienza della sofferenza, e quindi della morte.
Come se fosse in corso un gigantesco processo sociale con cui si volesse togliere all'umano ciò l'ha reso umano.
L'esperienza consapevole della sofferenza e della morte.

Quella che solo Gesù, Gesù di Nazareth elevato da D** alla Somma Potenza d'Amore, ha sconfitto lasciandosi morire come chiunque di noi muore.
Affidando allo Spirito di D** la propria carne e vita.

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» (Gv 11, 25-26)

Nessuno è obbligato a credermi, o a credere a Gesù. Siamo nel campo dell'amore, della libertà più piena e completa.

Ma ognuno di noi è obbligato all'ascolto.

ciao r

I ricchi e il Povero, la Povera.



Oggi parli di disonestà, cioè parli di ricchezza, parli di ricchezza disonesta, Gesù.




Parli di ricchi e fai vedere sullo sfondo chi non è ricco, ma la ricchezza la subisce, e la cerca.

Questo Parola parla di noi.
Oggi dal Profondo del Divino, l’Altissimo Amore per mezzo tuo ci rivolge un monito e un avvertimento.
Così, tu Gesù, ti interessi delle nostre condizioni reali e delle nostre reali miserie e ci avverti che dobbiamo scegliere.
O il mondo con le sue glorie e le sue ricchezze, o D** con la sua felicità umile e sorridente, mite e serena, piena e mai conclusa. Infinita.
Ascoltiamoti, Gesù.





Am 8,4-7

Il Signore mi disse:
«Ascoltate questo,
voi che calpestate il povero
e sterminate gli umili del paese,
voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo l’efa e aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali?
Venderemo anche lo scarto del grano”».
Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:
«Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere».”







Lc 16,1-13
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».




Stamani, prima che aprissi il vangelo di domenica per leggerlo e sentire che cosa faceva suonare dentro di me, stamani ho letto una notizia che mi ha disturbato il silenzio e l’ascolto.
La Bayer, la società erede di coloro che che usarono lavoro schiavile ad Auschwitz-Birkenau, e il cui amministratore delegato processato a Norimberga si difese affermando che lui doveva rispondere solo agli azionisti, bene questa società, la Bayer, una delle più grandi al mondo nel settore chimico-farmaceutico e agroalimentare, compra compra la Monsanto, la più grande società mondiale nel settore agroalimentare e degli ogm.
Iniziativa capitalista che, dal punto di vista etico-politico della democrazia liberale e del principio della libera concorrenza, mi sembra un fatto gravissimo contro cui occorre agire in ogni modo.

Cosa c'è di meglio, mi è sembrato di sentire, per parlare di ricchezza e di ricchezza disonesta, in specie?

Eppure no. Gesù, tu lo sai, questa notizia mi ha disturbato, anche perché sembra proprio riguardare ciò che tu in Luca chiami “mamonas”, parola che viene tradotta come “ricchezza” e che è meglio tradurre come la “ricchezza ingiusta”, nata dall’ingiustizia e che produce ingiustizia.
"Appunto", ha detto la vocina dentro di me, "esattamente come quella della Bayer e della Monsanto".
Invece no, la notizia di questa unione ha disturbato il mio ascolto della tua Parola, Gesù.
Allora facciamo silenzio e ascoltiamo il nostro profondo. Sentiamo che cosa suona, laggiù, nel mio profondo.

Perché ci sono molte forme di “ricchezza disonesta” in noi e attorno a noi, e non dobbiamo cercare nemici. E se pure li troviamo, anzi, dobbiamo pregare per loro.
Questa domenica ci parlano due testi.







Nel primo c’è Amos, profeta minore di Israele, tardo, dell’VIII secolo a C, perseguitato e cacciato via dalla sua patria per le cose che diceva e scriveva.
Amos fa una classica invettiva contro i ricchi.
L’invettiva è un tipo di testo che, in modo aspro e duro, spesso anche violento, denuncia qualcosa e qualcuno della propria epoca.
Ma questo testo di Amos non è solo una invettiva, e ci consola perché affida a D** la giustizia e così, insieme, ci avverte, palesemente e nascostamente, che D**, Altissimo Amante, sorveglia e conosce tutto e ogni cosa.
D** non dimentica , anzi...



Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:
«Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere»

D** non dimentica ciò che facciamo e come lo facciamo. Non dimentica chi è potente e ricco, a ogni livello di potenza e di ricchezza.
Qui l’invettiva si consegna a D** e sembra promettere una vendetta futura da parte di chi è Amore Potente, e Vita sempre Presente.





Gesù, tu fai tutt’altro.
Tu, Gesù, come al solito, ci spiazzi e ci metti in posizione di apprendimento. Ci insegni qualcosa. Ci fai capire che nulla dobbiamo dare per scontate e che c'è sempre qualcosa da fare.




Innanzitutto ci racconti una storia, una parabola che è diventata famosa, perché è inquietante e difficile. Una storia che ci interroga, una metafora che ci stringe da vicino il cuore.
Ci parli di un amministratore, disonesto.
Questo amministratore disonesto ruba al suo padrone e questi, avvertito, decide di licenziarlo, ma gli lascia fare i conti.
Quindi ancora si fida di quell’amministratore. Perché se io ho un amministratore che mi deruba non lo lascio solo a farmi i conti, ma gli affianco, come minimo, un revisore, un analista, qualcuno che veda che cosa fa quel disonesto.
Invece quel padrone si fida ancora e lascia fare i conti all’amministratore prima di licenziarlo.
Quindi costui si può preoccupare del suo futuro e trova un modo per garantirsi qualcosa, anche quando non avrà più i redditi di amministratore.
Così chiama i debitori uno a uno e riduce tutti i crediti che il padrone aveva verso di loro; in tale modo non libera i debitori ma li mette in condizioni molto più favorevoli e si predispone a farsi accogliere e sostenere da loro. Perché solo lui, insieme a ciascuno di loro, è l'unico che sappia che cosa è successo. Il futuro dell'amministratore è garantito.
Quel padrone loda il suo amministratore disonesto ma abile.
Certo, Gesù, non sembra un tipo raccomandabile eppure tu, Amico mio, sottolinei la sua abilità e il nostro dovere di fare come lui.
Tu infatti ci raccomandi la stessa abilità.
Rileggiamo il pezzo, è importante.




«Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne».




Che cos’è la «ricchezza disonesta», la “ricchezza di ingiustizia” (mamonà tes adikias), con cui dobbiamo prepararci, dobbiamo farci amici capaci di farci accogliere nelle «dimore eterne»?
La ricchezza “disonesta”? Proprio quella dei soldi e dei capitali? quella con cui si fa girare il mondo e le vite di ciascuno di noi?
Certamente, innanzitutto è questa.
Ma insieme e molto più radicalmente tu ci parli di tutta la vita di questo mondo. Di tutte le ricchezze che noi umani siamo capaci di produrre e che sono, tutte, intrise di ingiustizia e di iniquità. Gesù, tu segui quel D** che chiami Padre e questo Padre, l'Amore vivente, ti dice che devi salvarci, che non devi perdere nessuno di chi hai avuto in affidamento. E tu, Gesù, non perdi nessuno; tu lasci il gregge e cerchi la pecorella smarrita finché non la trovi.
Ricordate, il vangelo di domenica scorsa?
Quindi tu, Gesù, ci raccomandi di essere abili in questo mondo con tutte le sue ricchezze, per conquistare cuori e adesioni a regno dei cieli.
A te, Gesù, non interessano i programmi per cambiare le società, i capitali, i mercati.
Non ti interessano le etiche e le regole morali con cui cambiare i costumi. Non sei interessato a imporre costumi sessuali migliori o regole riproduttive più oneste.
Tu, Gesù, non sei e non vuoi essere un “re di questo mondo”.
A te interessa un’altra cosa, tu desideri da noi un altro tipo di agire. A te servono le azioni concrete che faccio io e che fate voi per salvare la “mia” vita, per aggredire e convertire le “mie” malvagità e il “mio” peccato e convertirmi all’amore. Per farmi fare un cambiamento di rotta drastico. Per portarmi, per portare me e proprio me, per sempre, nell’Amore Infinito, nell'amore sempre inconcluso e bisognoso di amore D**, Eterno Bene.

Ad Angela da Foligno, una mistica francescana della seconda metà del duecento, Gesù dice che si sarebbe incarnato e sarebbe morto in Croce anche solo per salvare lei, Angela.
Tu, Gesù, ci insegni che D** ragiona una a uno.
Così sei un amante audace, rischi sempre, fai sempre un passo in più di quelli che faccio io. Tu, Gesù, sei sempre più avanti di me nel mondo e nell’amore. Allora possiamo interpretare la “mamonas” come ricchezza, direttamente – la ricchezza che si calcola in merci rubare, in salari trattenuti, in bilance falsificate, in monete corrotte, etc etc...
diminuendo l’efa e aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali
e certamente la ricchezza disonesta è anche questa – e questa ci interessa pure perché questa ricchezza iniqua è oggi la dominante delle nostre vite, è quel “numero” che ci consente di vivere e di esistere nella terra.
Ma tu, Gesù, ci dici anche che qualsiasi cosa nel mondo ci deve servire, può e deve essere adoperata per arrivare al nostro unico Padrone. A chi è soltanto Amore. All’Eterno Amante che mai smette di amare, e mai si stanca di amare.
Così la ricchezza disonesta è anche tutto quello che è “del mondo” e nel mondo, prodotto dalla ricchezza creativa dell'umano anche con ingiustizia e disonestà, e che noi dobbiamo usare con intelligenza e libertà per portare persone a D**, Eterno Bene.
Tutte le ricchezze disoneste di questo mondo le dobbiamo usare con amore intelligente e libertà santa, come fa l’amministratore con la ricchezza (disonesta anch'essa, ovviamente) del suo padrone.
Ma, esattamente come per l’amministratore, noi non dobbiamo essere soggetti a questa ricchezza, la dobbiamo usare. Dobbiamo essere scaltri come i figli di questo mondo verso i loro pari.
Certamente, la ricchezza disonesta del mondo non dipende solo da noi e noi, da soli, non possiamo far nulla per portarla a terminare, per rivoluzionarla.
Ma, grazie a te e insieme a te, noi dobbiamo essere liberi da essa.
Infatti abbiamo un solo Amore, D**, l’Eterno amore. E nient’altro, e nessun altro.



Dal punto di vista di questo Amante infinito, di questo Amore Eterno che ci (che “mi”) ama dobbiamo usare con scaltrezza e libertà di questo mondo per preparare e portare quante più persone possibili al Regno di D** dove c’è solo amore che libera.
Ricordandoci sempre che dobbiamo – devo - sempre e soltanto “servire D**” e il suo amore nel mio cuore e nei cuori di chi mi ama.

Ciao r







domenica 11 settembre 2016

La domanda e la risposta. 24° domenica del tempo ordinario







La domanda fondamentale ci segue sempre, affezionata e birichina, come un bimba bellissima e un poco brigante: 
“Amore? Che cos’è l’amore?”.
Io non lo so e lo chiedo a te, amore splendente, sposo Gesù.







Lc 15,1-22

Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».




Che cos’è l’amore?
Gesù, i tuoi avversari dicono male di te e tu, per tutta risposta, racconti tre storie in cui chiarisci che cosa è – per te e nella tua conoscenza di D** - l’amore.
Ma che cos’è l’amore?
Beh, Gesù Sposo, l’amore come lo racconti tu è piuttosto una follia. Ma una follia bellissima, mi sembra. Necessaria.
Nel primo caso ci racconti di un pastore decisamente strano.
Possiede cento pecore e ne perde una pecora ma, anziché consolarsi con le altre novantanove, le abbandona nel deserto e si mette alla cerca di quella pecora. Evidentemente quell’unica pecora smarrita è più importante delle altre novantanove, perché è segno e simbolo di quell’amore che non accetta perdite ma sempre si rinnova.
La donna e la sua moneta sono ancora più strane.
Ne perde una delle dieci che possiede e si dà da fare con la fatica e la spesa per la luce fino a che non trova la moneta. Allora invita le amiche e festeggia e così spende , infine, più di quanto ha trovato, perché quella moneta rappresenta la cura e l’attenzione che lei è per se stessa e per la vita in cui è inserita e di cui fa parte.
Ma il padre è il più strano di tutti.
Il figlio più piccolo, con piglio da delinquente, dice al padre che per lui è già morto e che per cortesia gli desse la sua parte di eredità che vuole andare a divertirsi finché è giovane.
Così fa e quel padre dice nulla e si fa uccidere – metaforicamente ma non così tanto, infine – con la distribuzione di quei soldi e di quei beni.
Questo figlio più piccolo va via e spende tutto e non sa conservare e incrementare i beni che ha ricevuto e così finisce alla fame e alla disperazione. Guardiano dei maiali, ciò che per un ebreo era, ed è, la cosa e orrenda gli possa capitare. E non solo per un ebreo, penso.
Allora ritorna dal padre, con un discorsetto preparato e un bel poco ipocrita, eppure anche tanto realista: trattami come uno dei tuoi servi. Vuole il pane ma non vuole il padre.
Ma questo padre è matto, decisamente, matto d’amore e “quando era ancora lontano” lo vede e gli corre incontro e gli si butta addosso, abbracciandolo.
Poi gli ridà tutto senza neanche fargli finire il suo discorsetto ipocrita.
Ecco, che cos’è l’amore.






Neanche l’altro figlio capisce, lui che sembra conoscere solo i capretti che non si è mangiato con i suoi amici e che vede nel fratello solo un concorrente per l’affetto del padre, e in quei soldi sperperati con le puttane anziché incrementati con il lavoro.
E chi di noi non gli dà ragione, così come dà torto al pastore folle che abbandona le 99 pecore sole nel deserto per andare a riprendersi l’unica smarrita?
Almeno lo mettesse a lavorare duramente per ripagare il danno fatto. Almeno.
Quindi, che cos’è l’amore?
Non lo sappiamo, Gesù mio, eppure dobbiamo fare l’amore come lo fai tu, con assoluta libertà e piena accoglienza, completo dono di sé.
E dobbiamo farlo imparando da te e senza farci tante domande, a cui non sappiamo rispondere.
Appunto.
Che cos’è l’amore?
Tu, Gesù.
Tu sei l’amore vivente e lo sei come fiume d’amore che nasce da tutti gli immensi e mai conclusi Oceani d’Amore Presente che è D**, Madre e Padre di ciascuna di noi.

Ciao r





domenica 21 agosto 2016

La logica del regno...

... è la realtà dell'amore e di ogni amore, Signore Gesù.


Occorre fare silenzio in noi e ascoltarti nel profondo. Ma ascoltarti come se chiamassi solo me nel mondo, come se soltanto a me tu stessi chiedendo un appuntamento, come se tu fossi interessato soltanto a me nel mondo.
Questa è la logica dell'amore ed è una logica che ci sovverte e disfa nelle nostre certezze.
Anche quando la vediamo accadere tra persone umane questa avventura dell'amore ci sconvolge e ci turba. Con te è qualcosa a cui è impossibile resistere.
Ma D** - l'Altissimo Amore - ama la libertà, e D** è innanzitutto libertà. Allora quando ci cerca si nasconde. Fa in modo che lo udiamo, ma si nasconde. Perché desidera che noi ci innamoriamo, cioè che scegliamo il suo amore con piena libertà e grande passione. Perché non interessano le liturgie, interessa l'amore.
Ma proprio per questa centralità dell'amore occorre sottolineare che tu, Gesù, vai messo avanti a tutto.
Innanzitutto nella tua Parola.



Lc 13,22-30
"Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
"






«Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». 
Gesù, tu sovverti tutte le logiche del mondo. Anzi, le sposti radicalmente. Le metti in una altra dimensione, le cambi nelle loro natura intima.
Infatti non basta averti sentito parlare, non serve aver mangiato con te, non è sufficiente aver preso parte al tuo insegnamento.
Quel che serve è entrare per la porta stretta.
Ma che cosa vuol dire questa "porta stretta"? per chi è stretta e per chi, invece, è larga?
 

 
«Non so di dove siete», questa è, Gesù, la durissima risposta del "padrone di casa" a quanti rivendicano la familiarità con lui. Ma non è quella familiarità che conta. Conta qualcos'altro.
In effetti conta la "porta stretta". Conta non essere "operatori di ingiustizia" ma invece essere di quelli che sono riusciti ad attraversare la porta stretta.
Non c'è scampo, Gesù, se pensiamo di farcela da soli, sui nostri meriti, sulle nostre capacità non siamo nella verità, ma nell'inganno
Non solo non stiamo entrando per la porta stretta, ma siamo proprio morti alla salvezza.
Allora? Cosa dobbiamo fare per passare questa "porta stretta"?




Tu qui non lo dici, direttamente. Lo lasci capire.
Quel che conta è amare, donare se stessi all'amore, al dono di sé dell'amore. 
Solo nella logica rovesciata dell'amore, dove conta chi amo, la persona che amo e non io che amo, solo qui si intuisce il "punto di vista di D**", per cui conta molto di più donarsi all'amore piuttosto che aspettarsi un premio per le buone azioni che oggi ho fatto.
Ma non lo so cosa significa "amare"-
Ma non lo devo sapere, mi dici tu sorridendo, devo amare. Se penso che non so amare, o che devo "imparare ad amare" prima di amare concretamente, allora davvero sono un illuso, o uno che vuole imbrogliare, e sopratutto se stesso
L'amore si fa, non lo si racconta. L'amore si costruisce, non lo si narra a foglietti della messa. L'amore non lo si spera dentro le cerimonie realizzate in sontuose liturgie.

L'amore lo si fa.
 


Fare l'amore allora significa scegliere chi non può scegliere e sceglierlo non perché è povero e derelitto. Ma sceglierlo solo perché quel fratello e quella sorella non si rendono conto, non capiscono, non sanno che cosa sta succedendo. A loro va regalato, letteralmente donato, l'Amore di cui disponiamo e tutto questo amore, ma come se noi stessimo ricevendo un dono inatteso, qualcosa a cui non si può resistere.
Impossibile! direte voi. Ma Gesù mio non è d'accordo.
Gesù, tu non ci hai esposto una dottrina, un'etica, un simbolo.
Tu ci hai mostrato la tua vita  e ci hai invitato a farla nostra, ma facendo meglio di te, facendo cose più grandi di quelle che tu ci hai fatto e donato.




Solo se conosciamo la tua vita intimamente, e la perfezioniamo dentro i nostri cuori, allora possiamo sperare nel tuo Regno, quello in cui chiediamo in ogni  e possiamo sperare che, affidandoci a te, possiamo ritrovarti in ogni sorella o fratello che ci fai incontrare.
In amore. 
  

ciao r