domenica 4 dicembre 2016

Chi precede l'amore?ovvero...

... il difficile di essere precursori.



Difficile essere chi precede "chi deve arrivare". L'annuncio è esatto, ma il modo e le forme in cui quell'annuncio si realizzerà saranno necessariamente diverse da come erano state pensate e credute.

In più, chi annuncia è più debole di chi è annunciato perché porta una speranza e una fede, ed entrambe - speranza e fede - sono difficili da tenere insieme a lungo.
Così Giovanni ti annuncia, Gesù, ma non sa - o non capisce bene - che, annunciando te, annuncia l'amore.



"Venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
"


Giovanni il battista è una figura eroica e umile. Matteo (Mt 11,119 riporta una tua frase: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Giovanni è grande perché rinuncia e, anzi, rinnega il suo mondo e la sua gente, e si comporta da eremita, da solitario, affidando la sua intera vita a D**.
Veste peli di cammello, perché il cammello ha la muta una volta all'anno e così Giovanni si veste di qualcosa che trova in natura, come il miele selvatico e le locuste.
Giovanni è l'ultimo profeta dell'antico Israele, ma è anche un nuovo tipo di figura umana in relazione a D** e agli umani, perché anticipa la figura del tuo discepolo, Gesù.

Giovanni annuncia a Israele che stai arrivando tu, il Messia, il "dito di D**" presente tra di noi, la persona umana che porterà tra di noi la Presenza Santa e Vivente.
Giovanni ti conosce, e ti vuole e desidera, ma non sa che cosa deve aspettarsi, da te.
Non sa che tipo di Messia si troverà davanti.

Sa che tu, Gesù, sei diverso, sei un'altra presenza, un'altra vita: «colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali».



Giovanni è L'Avvento vivente,  perché tutta la sua vita è orientata ad annunciare che tu sei qui tra noi e che, tra poco, tu metterai Israele a giudizio. E con Israele il mondo intero.
Ma ignora di quale giudizio si tratti.
Per molti aspetti le cose che dice e fa Giovanni ci riguardano molto da vicino.

 

Provo a dirne solo uno.
In Giovanni e nella sua vicenda vedo sdoppiato quello che in noi è unito: Giovanni che ha rinunziato a tutto per poterti annunciare in libertà e gli scribi, i farisei e i sadducei, ovvero i capi del popolo e i depositari della Parola di D**, coloro che la amministravano per conto di tutte le persone.

Anche noi ci proclamiamo "figli di Abramo", popolo eletto, peccatori salvati dalla tua vita e dalla tua morte e resurrezione.
Ma non teniamo conto che dobbiamo comportarci di conseguenza, come chiede Giovanni.
Se abbiamo un fratello o una sorella senegalesi o nigeriani o cagliaritani di sant'Elia o di Castello, o di qualsiasi altra zona del mondo, che soffre per mancanza di amicizia, di amore e di solidarietà e non ci sforziamo di aiutare questa persona in ogni modo in cui possiamo, allora anche noi siamo un «razza di vipere» e non siamo "seguaci di Cristo" per una sorta di diritto di nascita.
E questo aiuto deve essere dato "senza alcun merito". Non possiamo aiutare solo chi lo merita. Il Samaritano non si chiede se quel Giudeo, nemico del suo popolo, merita di essere aiutato.
Siamo "seguaci di Cristo", cioè di te, Gesù mio, solo se ci comportiamo così. Come te.
Altrimenti dobbiamo essere ben consapevoli che D**, infatti, può far sorgere "seguaci di Cristo", amici e amiche tue Gesù mio, anche dai lastroni dei marciapiedi dove camminiamo.




Tu sei segno di contraddizione, Gesù, e forse Giovanni era molto incerto su di te. Ma aveva capito ciò che tu saresti stato, e ancora sei, per davvero: Spada e segno di contraddizione. Amore che unisce e divide, risana e ferisce.
Vita vivente nel seno di D**. Che non si può né meritare né guadagnarsi; ma si può testimoniare e regalare con ogni istante della nostra vita.
Come Giovanni Battista il precursore, che fu incerto su di te fino alla sua morte, ma ti testimoniò sempre senza alcuna esitazione.
Con Amore.

ciao r


















sabato 26 novembre 2016

Tenetevi pronti ...

... all'amore.


Ascoltiamo davvero la Parola che Gesù ci racconta e che una tradizione di quasi duemila anni ci ha trasmesso? La ascoltiamo con tutto il nostro “cuore”? Con la nostra vita intera?

«Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».





La 1° domenica di Avvento.

Il “capodanno” liturgico. Ricomincia l’anno della Parola di D** tra di noi, così come ci è stato trasmesso attraverso quasi 2000 anni di storia.
E quale storia!
Incredibilmente importante nelle nostre sorti umane e pure a causa – forse sopratutto a causa - di questa parola di D** trasmessa e tradìta con il nome di Cristo, cioè della funzione che una parte di Israele attribuì a Gesù di Nazareth, profeta grande in parole e opere vissuto tra l’impero di Cesare Ottaviano detto Augustus (il venerabile, colui che accresce la nostra ricchezza) e suo figlio Tiberio.
Gesù di Nazaret che, appunto, fu crocifisso e morì sotto Tiberio e mentre Ponzio Pilato era “Procuratore” della Giudea.
Gesù di Nazareth, il Cristo di D**, il Mesiah di Israele, colui il cui corpo non è mai stato trovato e così la basilica del Santo Sepolcro è stata edificata attorno a una tomba vuota.



Mt 24,37-44
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo
».





C’è un inizio potente.
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo», allo stesso modo dei giorni di Noè, così anche “noi” mangeremo, berremo, lavoreremo, dormiremo, faremo l’amore, ci uniremo e ci separeremo. Faremo tutte le cose che facciamo sempre, fino a che...
Fino a che. Importante questo “fino a che”, teniamolo presente.



A questo inizio potente e inquietante del brano che cerchiamo di ascoltare – non ci saranno segni, non avremo segni, di nulla ci accorgeremo; infatti sarà come ai tempi di Noè, quando tutti lo prendevano in giro per quello che faceva… – a questo inizio potente segue una seconda parte più familiare, ma molto inquietante anch’essa. Difficile da ascoltare.
Ci saranno due persone, una verrà presa e l’altra lasciata: in due saranno nei campi, in due saranno al lavoro in fabbrica. Due saranno vicini chiedendo l’elemosina per arrivare all’indomani. Due, invece, staranno al loro lavoro d’ufficio. Altri due staranno occupandosi di chi soffre e ha bisogno di cure. Due invece staranno amandosi, mentre quegli altri due staranno litigando…
Uno verrà preso e l’altro lasciato. Uno verrà strappato via e l’altro continuerà in qualche modo.
Dove? Da chi? Di che cosa parla Gesù?
Un doppio inizio inquietante che non serve a se stesso. Gesù non ci sta preparando alla “fine del mondo”, ma per niente affatto.
In realtà sta rispondendo alla domanda precisa: “Ma quando avverrà tutto questo, maestro”? E Gesù non solo non indica date, ma offre una risposta inquietante che non serve a se stessa.
Infatti questo doppio inizio inquietante serve ad altro.
Non è utile “di per sé”.
Notate come non preannunci nulla. Ci dice che non saremo mai pronti, che sarà come un giorno normale, fino a che...
Gesù ci avverte, ci offre una parabola che è utile a svegliarci, ad avvertirci circa il nostro atteggiamento. Circa la nostra vita.

 

Noi viviamo, ma non sappiamo né il giorno né l’ora.
Una frase famosa, una frase che letteralmente non è qui ma viene pronunciata poco dopo, una frase che in realtà è già dentro questi versetti ed è diventata quasi un luogo comune o un proverbio, come davvero molte parole di Gesù.
Non sappiamo né il giorno dell’ora.
Ma di che cosa?
Della Venuta di Cristo, Re trionfante di tutta la gloria di D**? Non sappiamo quando sarà la fine di ogni tempo e tutto ritornerà a D**?
Oppure non sappiamo nulla della nostra morte individuale? Di quell’arrivo a cui tutte e tutti siamo chiamati e dove - più o meno - dove ci immaginiamo di dover fare i conti con la nostra vita.
Quando, speriamo e temiamo, dovremmo “render conto” di ciò che abbiamo fatto e non fatto, affermato e negato, ma non è chiaro in realtà di che cosa dovremmo rendere conto, e a chi.


A me non pare.
Mi sembra che Gesù centri la sua narrazione su una frase molto precisa.
«Cercate di capire questo:..»
Frase fondamentale… «Cercate di capire...» Ma che cosa?
Lo dice subito dopo… “Se il padrone di casa sapesse ...”.

Gesù ci avverte che lui viene come un ladro, come un amante, come un segreto. Gesù ci dice che arriva e non sappiamo quando arriva. Ci dice che viene di notte, che viene di sorpresa, che viene mentre noi stiamo facendo altro.
Viene a prenderci tutto e a portarlo nel cuore di D**.
E se non c’è niente da prendere? Se, dopo aver scassinato la porta di casa ed essere entrato, Gesù scopre che non c’è niente da prendere? E, mentre Gesù arriva come un ladro, noi, noi cosa dobbiamo fare?
Che cosa dobbiamo fare, noi?
Quel padrone di casa, dice Gesù, “veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa”.

Non possiamo prepararci, certo. Non alla fine del mondo, né alla nostra morte.
Ma non possiamo prepararci alla nostra vita.
Ci distraiamo un secondo e ci troviamo innamorati perdutamente di una donna, di un uomo, di un “chi” di cui sappiamo nulla, o ben poco.
La vita ci coglie di sorpresa, entra a casa nostra, scassina e prende tutto.



Non possiamo prepararci alla vita, ma Gesù ci dice che, in realtà, possiamo essere pronti.
Possiamo essere pronti ad accogliere Gesù il ladro, lui che viene di notte a prenderci tutto e, anziché fargli perforare la casa, gli apriamo la porta e lo facciamo entrare e gli offriamo tutte le nostre ricchezze.
Possiamo “essere pronti” e quindi dobbiamo “essere pronti”.
Dobbiamo stare nel mondo come se non ci stessimo.

Dobbiamo vivere intensamente la vita, ma con quieta indifferenza.
Dobbiamo godere intensamente il mondo, ma non dobbiamo basare la nostra vita sul mondo.
Soltanto su D** e sulla sua Parola, Gesù di Nazareth, il Mesiah di Israele, il Crocifisso e Risorto.

Questo, mi sembra, significa il senso della parola “vegliare” nell’uso che ne fa Gesù in questa ricca serie di parabole e narrazioni aggrovigliate insieme che ci presenta in questo brano.

Vivere ogni momento con intensità, ma restando indifferenti alla sorte che si è imperatori oppure schiavi, ricchi oppure poveri, felici oppure tristi, uomini oppure donne. Sapendo tutte le differenze, ma restando liberi dai loro pesi.

Gesù vuole che viviamo la vita con pienezza, ma non basando la nostra vita sul mondo e sulle sue differenze, ma solo su D** e sul suo amore, sempre diverso e sempre audace.
Sempre libero.

Gesù ci invita a vivere il nostro “qui e ora” con pienezza, ma perfettamente disposti a cedere tutto al Ladro divino che si presenta alla nostra casa. A questo Ladro bellissimo, sorridente, potente di tutto l’Amore infinito che è D**.
Potente di tutto l’amore, cioè.
Gesù, a cui finalmente potremo felicemente affidare la nostra veglia per il suo ritorno, e per questa sua vittoria su di noi.
Per noi.


ciao r





domenica 20 novembre 2016

Il tuo regno e questo mondo ...



... per te, re solo d'amore, il re dell'amore e di ogni amore.



Tu sei Re, Gesù mio, Sposo. Sei Re per discendenza, per sangue diciamo noi mortali abituati a identificare nel sangue al vita.
Ma la tua discendenza, la tua ascendenza, il tuo legame inscindibile non è fatto di sangue mortale.
È fatto solo d’amore e di un amore pieno e completo, che ti informa – che ti dà la forma – di chi ami e da cui sei amato.

La tua relazione filiale – parentale è fatta “soltanto” d’amore - quell’amore che “move il sole e l’altre stelle”, che ordina i disordini probabilistici dei quanti, che girovaga tra i buchi neri, delle stelle e delle nostre coscienze, esplorando quegli “orizzonti degli eventi” che non vorremo mai vedere spezzati e rotti, ma dove quell’Amore che chiamiamo “Dio” e di cui io scrivo solo la prima lettera, dove D** entra come vuole e quando vuole. A giocare con noi, a farsi rifiutare da noi, a spargere semi che muoiono per fare vita.





Di questo ci racconta il tuo vangelo, in una storia bellissima.


Ascoltiamoti.



Lc 23,35-43

[Dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
”.




Chiariamo subito una cosa, Gesù. Questo ladrone che ti porti in paradiso subito non è “buono”, né in senso tecnico, né in senso spirituale, cioè secondo la tua parola.
Perché è immerso nel peccato, esattamente come tutti gli altri e le altre. Tutti i tuoi discepoli che ti hanno abbandonato su quella croce, e Giovanni che non ti ha abbandonato, forte forse delle amicizie che aveva al Tempio.
Ma non è buono perché è come l’altro ladrone, condannato per ragioni forti e difficili, per ragioni sicuramente brutali.
Solo che ti vede.
Anche l’altro ti guarda. Ti guarda ma non ti vede.
Questo ladrone invece ti vede.
Vede un innocente appeso al legno a cui è appeso anche lui.
Ma quanti ne avrà visto di “innocenti” appesi alla morte brutale data dai potenti? Molti sicuramente. Allora cosa vede in te, di così diverso da proclamarti con sicurezza Re. Un re appeso al palo, certo, ma che lui sente re di un regno che è oltre quei tre pali a cui siete appesi tutti e tre.

Non lo so.




I vangeli non ce lo dicono. Luca ci trasmette questa storia, sussurrata tra te e lui e l’altro. Ma non ci dice altro.

Mi piace pensare che abbia visto la tua mitezza.
Non solo la tua innocenza, ma sopratutto la tua mitezza, la tua capacità di consegnarti al male senza approvarlo e senza farlo vincere.
Ma vincendolo con mitezza.

Anche lui voleva vincere quel male, ma non certamente usando i sistemi che conosceva e che lo hanno portato sulla croce.
Allora ti guarda morire e ti vede.
E ti sceglie.
Lì, su quella croce di dolori e morte, ti sceglie.
E proclama a te la sua scelta.
E tu lo ami.




Gesù, dobbiamo farlo ancora noi, oggi.
Sceglierti in tutte le persone e le vite che sono crocifisse, oggi. E sceglierti con mitezza, consegnandoci al male ma senza dare ragione al male. Anzi, smentendolo nel modo più duro e violente: con l’amore.
Quindi facendo vincere il tuo regno: l’amore che vince ovunque, ma specialmente dentro ciascuna di noi e vince solidamente, in modo reale, facendoci aprire la nostra vita a chi è altro da noi.
Con libertà, con mitezza, con forza, con sapore.


Ciao r






sabato 12 novembre 2016

Amore è (e) perseveranza...


... e molta fiducia...



Non si può dire che non sei chiaro, Gesù sposo. magari c'è anche chi dice che sei minaccioso. Ma tu non minacci mai. Ci racconti cose che ci possano servire per capirti (e viverti!) nella nostra vita.
Per capirti al tuo tempo, quando parlavi ai tuoi amici e alle tue amiche, donne e uomini della Palestina ebraica e dei mondi arabi e greci attorno.
Ma per capirti anche noi oggi, nati viventi oltre duemila anni dopo la tua nascita, e pure da quelli che verranno e saranno in grado di leggerti e lasciarti entrare nelle loro vite, ovviamente molto diverse dalla mia e dalla tua, Gesù amore.
Quindi non minacci, ma cerchi di far capire due cose importantissime, legate tra di loro e a quelle serie complesse di esperienze che noi chiamiamo "amore": ovvero, la perseveranza e la fiducia. Due cose che messe insieme significano "coraggio".

Davvero vale la pena ascoltarti.



Lc 21,5.19

"Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
"



La prima cosa che mi piace di questo brano è la contrapposizione tra la nostra illusione di bellezza, cultura e durata ("guarda quant'è bella la basilica di san Pietro! e come è magnifico il colonnato del Bernini! queste sono opere che resteranno per sempre" e la tua voce quieta e amichevole ci parla con amore «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» ... e questo tuo avviso vale per qualsiasi opera umana) e la tua raccomandazione a fare attenzione a ben altro che a monumenti di pietra e cultura.
Ma i tuoi discepoli chiedono subito la domanda di rassicurazione, scambiandoti per un indovino o un mago, mentre tu sei "soltanto" la Parola di D**: "quando avverrà tutto questo? tra poco? io ci sarò? come faccio a proteggermi?".


La tua risposta si basa sul rifiuto a fornire rassicurazioni inutili e quindi a raccomandare attenzione e ascolto verso la vita e la realtà del mondo. Racconti l'odio dell'umano contro l'umano e lo racconti in una sintesi potente, e vera.
La storia umana è tale per cui ci saranno sempre disastri e guerre e, sempre, ci saremo noi con le nostre angosce e speranze. Sempre noi agiremo le une contro gli altri e sempre questa nostra lotta le une contro gli altri sarà accompagnata dai disastri della "natura" e del mondo: terremoti, pestilenze, catastrofi.
Ma non è questo che ci deve preoccupare.
Perché noi che ti seguiamo saremo sempre segno di contraddizione.
Allora contro noi che contraddiciamo la logica del mondo e la neghiamo solo per amore, il mondo si scatenerà, e ancora si scatena.
Tu sai quanto siamo poveri, e quanto siamo soltanto "servi" e non amici e amanti.
Eppure basta questo poco perché ogni sorta di Grandi Sacerdoti e di Potenze umane si scatenino contro di noi, e in realtà contro di te.


Ma nulla di tutto questo ci deve preoccupare.
Perché ci sei tu che ci ami e ci proteggi: «nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto».
Solo una è la condizione che ci chiedi.
Perseverare nel proclamarci amiche e amici tuoi, e non perdere mai la fiducia in te che ci salvi. Mai preparando la nostra difesa e sempre mettendoci nelle tue mani d'amore.
Solo così, «con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».



Le condizioni reali dell'amore sono la fiducia completa nell'amato e nell'amante, in  primo luogo.
Ma in secondo luogo, e in modo più decisivo, occorre perseverare nell'amore. Non importano i difetti del nostro amore, né hanno peso le circostante in cui spesso tradiamo l'amore che è Gesù per noi.
Importa sopratutto che non lo abbandoniamo mai, che non lo lasciamo mai solo, che ci proclamiamo sempre suoi amici e amanti. Sue amiche e amanti.
La chiamiamo fede, ma è la certezza che il nostro amore grande è quel tesoro che custodisce la nostra vita e la premia con un amore donato senza parsimonia.
Perché la perseveranza unita alla fiducia è la vera natura dell'amore, quella realtà che fa dell'amore la vita piena.


ciao r















Amore è (e) perseveranza...


... e molta fiducia...




Non si può dire che non sei chiaro, Gesù sposo. magari c'è anche chi dice che sei minaccioso. Ma tu non minacci mai. Ci racconti cose che ci possano servire per capirti (e viverti!) nella nostra vita.
Per capirti al tuo tempo, quando parlavi ai tuoi amici e alle tue amiche, donne e uomini della Palestina ebraica e dei mondi arabi e greci attorno.
Ma per capirti anche noi oggi, nati viventi oltre duemila anni dopo la tua nascita, e pure da quelli che verranno e saranno in grado di leggerti e lasciarti entrare nelle loro vite, ovviamente molto diverse dalla mia e dalla tua, Gesù amore.
Quindi non minacci, ma cerchi di far capire due cose importantissime, legate tra di loro e a quelle serie complesse di esperienze che noi chiamiamo "amore": ovvero, la perseveranza e la fiducia. Due cose che messe insieme significano "coraggio".

Davvero vale la pena ascoltarti.





Lc 21,5.19

"Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
"





La prima cosa che mi piace di questo brano è la contrapposizione tra la nostra illusione di bellezza, cultura e durata ("guarda quant'è bella la basilica di san Pietro! e come è magnifico il colonnato del Bernini! queste sono opere che resteranno per sempre" e la tua voce quieta e amichevole ci parla con amore «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» ... e questo tuo avviso vale per qualsiasi opera umana) e la tua raccomandazione a fare attenzione a ben altro che a monumenti di pietra e cultura.
Ma i tuoi discepoli chiedono subito la domanda di rassicurazione, scambiandoti per un indovino o un mago, mentre tu sei "soltanto" la Parola di D**: "quando avverrà tutto questo? tra poco? io ci sarò? come faccio a proteggermi?".




La tua risposta si basa sul rifiuto a fornire rassicurazioni inutili e quindi a raccomandare attenzione e ascolto verso la vita e la realtà del mondo. Racconti l'odio dell'umano contro l'umano e lo racconti in una sintesi potente, e vera.
La storia umana è tale per cui ci saranno sempre disastri e guerre e, sempre, ci saremo noi con le nostre angosce e speranze. Sempre noi agiremo le une contro gli altri e sempre questa nostra lotta le une contro gli altri sarà accompagnata dai disastri della "natura" e del mondo: terremoti, pestilenze, catastrofi.
Ma non è questo che ci deve preoccupare.
Perché noi che ti seguiamo saremo sempre segno di contraddizione.
Allora contro noi che contraddiciamo la logica del mondo e la neghiamo solo per amore, il mondo si scatenerà, e ancora si scatena.
Tu sai quanto siamo poveri, e quanto siamo soltanto "servi" e non amici e amanti.
Eppure basta questo poco perché ogni sorta di Grandi Sacerdoti e di Potenze umane si scatenino contro di noi, e in realtà contro di te.






















sabato 5 novembre 2016

il D** della vita è ...

... Amore immenso per chi è vivente.

Un'altra trappola per te, Gesù mio, sposo.






In realtà è una trappola continua e permanente per noi, che crediamo in te, e quindi crediamo alla vita.
"Ma dimmi come è possibile la Resurrezione dei corpi? forza, Raffaele, dimmi pure come è possibile vivere ancora dopo che si è morti? ma che cosa significa questa vita in cui credi?"
La domanda dei sadduccei sembra stupida, e in realtà nella sua volgarità e nella sua violenza verbale è pericolosa, perché implica far vedere immediatamente che la vita che viviamo in questo mondo non può continuare in nessun altro mondo. E neppure in D**, Immenso Amore.
Allora ascoltiamoti con attenzione, perché ne vale la pena.









Lc 20,27-38
"Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
".







In Marco 12, 24 parli di errore, e di grave errore, perché dicendo così i sadducei dimostrano di non conoscere la Scrittura e di ignorare la potenza di D**.
Qui Luca evita ogni giudizio duro verso i sadducei, ma è chiaro dalla tua risposta che consideri la domanda che ti hanno fatto molto sbagliata.
Ma cosa dicono i sadducei?
Gesù mio, ti fanno una obiezione che si può classicamente chiamare "ipotesi di scuola", cioè una obiezione che non ha importanza quanto sia probabile sul piano di realtà, ma solo quanto gravemente metta in crisi la tesi contraria, in questo caso la tesi della resurrezione dopo la morte, tesi cui tu aderisci con tutta la tua vita.

"... allora la prese il secondo ...".
La resurrezione non è possibile perché nella resurrezione, e qualsiasi cosa sia, noi non possiamo portarci appresso la nostra vita, questa vita qui. Perché la morte sciogli i legami della vita e la resurrezione non può ricostruirli.
"... di chi sarà moglie? ..."





In gioco non c'è la probabilità di un levirato, di una garanzia di discendenza così prolungata e così inutile. In gioco c'è il fatto che la morte scioglie i legami matrimoniali e non si vede come la resurrezione possa ricostruirli.


Tu spazzi via l'obiezione.

Da un lato fai presente che nella resurrezione non si prende "moglie e marito", cioè non c'è matrimonio e manca il matrimonio perché manca la morte e quindi il bisogno della discendenza biologi"ca come salvezza dalla morte biologica è del tutto assente.
"Saremo come angeli del cielo", cioè come esseri totalmente riempiti di D** e della sua presenza.
Non la sessualità o la differenza sessuale, ma il matrimonio come scelta di fecondità e di immortalità differita nei figli. Questo nella resurrezione, intesa come vita in D**, non ha più senso e non ci sarà più.






Però, Gesù mio, è molto più potente la risposta sulla "autopresentazione" di D** con Mosè.
Infatti nell'episodio del roveto ardente D** si presenta come il D** di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
Questo i sadducei lo sanno e non lo negano.
Allora è facile dire, a te che conosci D** come amore, che è il D** dei viventi e non dei morti.
La resurrezione è l'essenza stessa dell'amore che D** ci porta, perché un D** di amore ci crea per vivere con noi tutta la sua vita, cioè amarci sempre.
Così tutti vivono per D** e grazie all'amore che ci dona continuamente. Ed è bello questo vivere, perché ci dona la vita sempre, in ogni suo aspetto.






Così l'essenza della fede in te, Gesù mio, Sposo, è la certezza della speranza della resurrezione. Certezza che nasce dalla nostra consapevolezza che l'amore che ci nutre e ci fa vivere, l'amore che diamo come nutrimento e vita, tutto questo amore non muore.
Davvero noi siamo "essere-per-la-vita" e quel filosofo che sosteneva il contrario era in grave errore perché non conosceva la vita né l'amore e vedeva in tutti ciò che conosceva vero in se stesso. Odio e morte.




Ma D** è amore e questo amore è eterno, e sempre presente, anche in quella soglia della vita che noi chiamiamo morte, perché non la conosciamo.
Ma sopratutto perché è il frutto della nostra ribellione a Te, solo amore.
Ribellarsi a te significa dimenticare l'amore e scegliere la mancanza d'amore.
Ecco, Gesù, noi siamo per la morte e nella morte solo se ci dimentichiamo di amare.

Se amiamo siamo come angeli nel cielo, come D** stesso nel suo essere per e nella vita.

Amore che dona amore e fa nascere amore.

Sempre e per sempre.


ciao r













sabato 22 ottobre 2016

L'umiltà è amore


L'umiltà è libera.





Il tema dell’umiltà, Gesù, è centrale nella tua parola e nella tua vita.
Tu presenti l’umiltà come la sigla che D** mette sulla nostra vita quando sappiamo ascoltare la sua presenza tra di noi. Se sappiamo accoglierlo.
Questa parabola è famosissima e presenta il comportamento fondamentale che dobbiamo essere davanti a D**, e quindi davanti alle altre persone umane.
Ma che cosa significa, in questa parabola, “umiltà”. Che cosa dobbiamo prendere da te, Gesù Sposo, per assomigliarti anche in questa passione fondamentale di farci terra davanti al cielo immenso di D**?
Ascoltiamoti.





Lc 18,9-14

Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».







La prima cosa che mi sembra di notare è che c’è un riferimento molto forte a degli interlocutori che sono il destinatario esplicito della tua Parola: «alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri».
Che cosa voleva dire, nell’Israele del tuo tempo, Gesù, “essere giusti”?
Innanzitutto tu parli non di chi “è giusto” in generale, ma di chi è persuaso intimamente – nel suo intimo più profondo – di “essere giusto”. Diverso,
Allora, per capire il significato di questa “persuasione intima” dobbiamo chiederci che cosa è “giusto” in Israele al tuo tempo.

Giusto, al tuo tempo, è chi rispetta tutti i comandamenti e le regole che D** ha imposto a Israele come contenuto del patto che li unisce e che ha la sua origine in Abramo.

Questo patto è legato, quindi, alla conoscenza della Scrittura e all’ascolto costante della Parola che D** ha lasciato a Israele. Torah significa anche Insegnamento. Parola di D** che ci insegna a vivere la nostra vita davanti a Lui.
Sono quindi i precetti della Torah a fare di un ebreo un ebreo. Conoscendo e rispettando questi precetti si è giusti.
Per cui, il giusto, deve sapere di esserlo.
Infatti deve, con fatica e abnegazione, compiere tutte le norme e regole della legge. La regola fondamentale della vita del giusto è che deve saperlo.

Tu, invece, rovesci tutto.






In Matteo 25, 31-46 questo rovesciamento lo presenti nella sua formulazione più radicale nel cuore della parabola del giudizio finale del Re: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».
Quindi non sono regole e non sono comportamenti rituali. Non c’è alcun codice etico e norma morale. È solo un modo di vivere e si essere.
Infatti i tuoi giusti, Gesù, in realtà non sanno di esserlo.

Così essere giusti è un modo di vivere, non un comportamento etico. Tu ci chiedi di vivere come te e non di essere buoni secondo regole certe e norme sicure.

Chiarito questo adesso possiamo, forse, capire qualcosa di più della umiltà di cui ci parli.

Anzitutto la parola.

In greco il verbo è “tapeinon”, da cui deriva la nostra parola “tapino” ed è un verbo che significa abbassarsi; in questo modo tanto il verbo che usa Luca, quanto la parola umilitas, con cui è tradotto, hanno innanzitutto il significato di stare a contatto con la terra, di stare in basso, dove non si nota niente, dove tutto resta nascosto, ma dove è la vita e dove risiede la bellezza.

Tu, Gesù, ci inviti a guardare in basso e a notare la bellezza, in un’altra parabola famosa, dei gigli nei campi senza preoccuparci di quello che vestiremo e mangeremo. Dobbiamo lasciare che se ne occupi D** che conosce le cose di cui abbiamo bisogno.

Umiltà, quindi, non è una virtù ma il modo di organizzare e decidere la nostra vita se essa è regolata sul tuo amore e sulla tua volontà di amarci, e di farci amare tra di noi come tu ci ami.

Chi è convinto, in se stesso e nel suo intimo, di essere giusto non può avere questa attenzione alle piccole cose, alle cose apparentemente più povere perché più legate alla terra, all’humus che ci nutre e di cui abbiamo tutte bisogno.
Chi è umile ti ascolta con più facilità perché non ha parole da opporti, ma ha solo la sua sete e fame che disseta e sfama solo con quello che tu gli dai.

Tu sai che una persona convinta di “essere giusta” non è in grado di cogliere la bellezza di D**, perché non è capace di farsi terra e di guardare l’immensità dal punto di vista della fertilità umile, del fondo su cui tutto si regge, che non ha ambizioni se non quella di servire e di essere utile.

A questo punto possiamo tornare ai tuoi due personaggi.







Abbiamo due figura classiche delle tue narrazioni, talmente classiche che devono aver fatto infuriare parecchio molte persone.

La prima sono “i farisei”.

Qui non ce l’hai con quella particolare interpretazione dell’ebraismo che ti era contemporanea.
Ti riferisci, invece, sempre a delle persone concrete.
Anche qui.
Siamo in presenza di un fariseo, uno dei tanti, un fariseo reale.
Questa cosa significava immediatamente due caratteristiche: una persona di elevato livello culturale, indispensabile per leggere e capire la Torah e applicarla, e di reddito e ricchezze altrettanto elevate.
Queste due caratteristiche fanno del fariseo una “brava persona”, uno che si comporta correttamente, secondo la legge, perché cerca di applicarla, cioè di fare dell’insegnamento di D** tutta la sua vita.
Lo sa, ed è contento di saperlo, e così rispettando la legge alla perfezione è convinto di avere assolto a ogni regola e comando D** gli ha imposto.
Ha assolto il suo dovere ed è salvo. D** non può che obbedire al patto che lui stesso ha firmato con Israele.
Per questo va al tempio.
È sinceramente riconoscente e va a ringraziare D** di tutte le cose belle e buone che gli ha dato.

Va via dal tempio contento di sé, e forse con nel cuore quella piccola inquietudine che ci prende quando ci sembra che abbiamo fatto tutto bene e nulla sfugga più al nostro controllo.

L’altro è un pubblicano.,
Ebreo anche lui, ricco anche lui, sicuramente abbastanza colto anche lui. Deve esserlo per riscuotere le tasse per i romani.
Perché il pubblicano riscuote le tasse e le riscuote sul serio, come Equitalia.
Solo che, in più, lui le riscuote in nome di un nemico straniero che domina Israele e la opprime, appunto attraverso le tasse.
Allora il pubblicano sa di essere il peggiore in Israele, insieme ai pastori i quali sono sempre con le pecore o con il bestiame e non possono occuparsi di essere giusti nel senso dei farisei o della Torah.
Il pubblicano va al tempio e chiede perdono.
Sa che non cambierà vita e continuerà a essere pubblicano.
Ma sa anche che ha bisogno dell’aiuto di D** perché la sua fame e sete d’amore nessuno la può colmare, se non D** stesso.
Così si rivolge alla terra, a quella terra a cui sente di appartenere e chiede perdono ai Cieli, all’Altissimo Eterno.
E torna a casa non più stanco di quello che fa, e forse capace di una attenzione diversa a chi gli sta attorno e ha bisogno anche di lui.







Quello che tu ci chiedi, Gesù, è un diverso atteggiamento verso D**, certo, ma che significa immediatamente un atteggiamento differente verso le persone umane che ci circondano.

Perché sapendo di aver bisogno di D** come un filo d’erba, o un fiore del campo, o un uccello del cielo, sappiamo di non essere migliori di chiunque e solo così sappiamo accogliere chi ci sta intorno e vicino, e farci loro prossimi.
Per diventare così, senza presunzione alcuna ma consapevoli della nostra vita davanti e sotto all’Eterno, per essere coloro che fanno le cose che ti servono, Gesù mio, a tutti, iniziando da noi.

Perché “questi piccoli” cui rivolgi la tua attenzione, e a cui ci chiedi di offrire la nostra capacità d’amore, siamo anche noi.


Ciao r