La nostra fede

è la tua presenza, Gesù.
Anche se ci spaventi, Signore, perché arrivi inatteso, e proprio nel momento peggiore. Così ci salvi, sempre, ma certo dobbiamo riconoscerti, superare la paura (per la tempesta in cui siamo e per la tua apparizione inattesa e imprevedibile), chiederti di salire in barca e lasciarti governare tutto. Allora tocchiamo riva e siamo arrivati a quella nostra meta. Così sappiamo che ci sono state tempeste ed altre ce ne saranno, ma tu sei sempre stato con noi e ci hai salvato. Ascoltiamo come, da questo tuo bel vangelo secondo Giovanni.
"Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.".
Il problema è riconoscerti. Sapere come arrivi a salvarci, nelle tempeste delle storie umane che urlano agitate, tra i morti resti del peccato. Il problema è accoglierti sempre, ogni volta farti salire in barca, ricordandoci che ti apparteniamo, che le nostre vite sono costruite nel tuo cuore, e non sei tu che ci appartieni, che noi non gestiamo il tuo cuore, che ama, quindi è libero. Dobbiamo accoglierti sia come Martin Luther che come Iñigo de Loyola, per fare un esempio facile. Perché tu arrivi sempre nel colmo di questa nostra tempesta e arrivi inatteso. Perché riconoscerti è sempre solo frutto della preghiera, intima e comunitaria, personale e condivisa, in cui come tue chiese ci troviamo nel tuo nome e preghiamo alla tua presenza. Perché solo tu, Gesù, sei via, verità e vita. Quel buon cibo che ci delizia e ci nutre.
ciao r

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