5° domenica del T.O. Come essere cristiani, come essere tuoi.


Essere tuoi, scomparire nell'amore.






Difficile questo tuo bell'annuncio, mio Re, Sposo.
Difficile perché semplice, elementare. Una bambina può capire. Ma noi siamo adulti, pieni di responsabilità e di furore. Noi che sappiamo, noi che vogliamo governare il mondo e la natura, noi che vogliamo deporli ai tuoi piedi finalmente perfetti. E non sospettiamo che tu sei sceso tra noi per amore.
Soltanto per amore.






Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».






Gesù, è così? È davvero così?

I cristiani non dovrebbero essere visibili.

Tu mi fai domande.

"Si vede la luce?"
Ovviamente no. Si vede il mondo attraverso la luce e non la luce di per sé.
"Si sente il sale?"

Altrettanto ovviamente no. Il sale accentua il sapore del cibo e non lo modifica, snaturandolo. Se resta soltanto il sale non possiamo mangiare.

Detto questo potrei anche fermarmi qui, Gesù Sposo, e non procedere oltre le tue parole.

Siamo il sale della terra e la luce del mondo.
Allora pace a noi e allegria noi, se …

Se.
Però c'è questo “se ...” e allora qualcos'altro va detto.





Paolo ricorda agli abitanti di Corinto, nella sua prima lettera indirizzata a loro, che non è arrivato con alcuna potenza umana, fosse anche solo quella retorica, della parola, affinché la fede dei Corinzi fosse fondata sulla potenza del tuo Spirito e non sull'abilità di Paolo uomo.
Noi ascoltiamo e pensiamo a una “falsa modestia”, a un farsi da parte di Paolo per far vedere altre cose. 
Per cui, Gesù mio, siamo sicuri che Paolo era sicuramente un grande retore.
Forse.
Forse invece Paolo, magari, non sapeva parlare ma aveva solo l'urgenza di comunicare che tu, Gesù, il suo Gesù, è qui con noi. E nulla possiamo allora temere.

Perché Paolo è stato acceso da te e ha portato la tua luce, di cui stava bruciando, fin dove ha potuto.

Noi ricordiamo Paolo.
Dovremo soltanto ricordare te, amore Sposo, te Gesù.

Ascoltiamoti.





Noi siamo il sale del mondo.
Nostro compito è dare sapore e scomparire, in quanto sale che da sapore.
Restano i cibi, non noi.
Restano altri sapori, non il nostro.
Restano altre presenze e non la nostra.
Devi rimanere tu, Gesù, vivo tra i viventi e amato e cercato da ciascuna ciascuno e sempre ”a modo suo”, secondo le esigenze e i bisogni di ciascuna e ciascuno.
Invece noi ancora diamo patenti e diciamo: “tu sei un buon pezzo di sale” …
Ma come facciamo a dirlo, mio Re? come osiamo dirlo?
Se ancora non ho salato nessuno, come si può dire se sono un “buon pezzo di sale”?
Se ancora la mia identità di sale è intatta e non si perde, come faccio a dire che sono un buon sale?
Non dovrò confondermi, perdermi nel cibo che devo salare?
E così, quando ho salato bene il cibo, io non rimango più “io”, rimani solo tu, Gesù; ma allora non posso essere premiato perché la bellezza del tuo amore ci riempie.
Noi siamo il sale del mondo e il sapore che diamo non è nostro, ma è il tuo sapore, quello di Dio.

Noi siamo la luce del mondo.
La luce non resta nascosta, la luce si diffonde nelle tenebre.
Così non possiamo stare nascosti dentro il secchio con cui prendiamo qualcosa.
Dobbiamo stare in alto, perché la nostra luce arrivi ovunque e “il mondo”, le persone attorno a noi, possano vivere e operare senza pensare più a noi.
Dobbiamo perderci nelle tenebre e fare “luci e ombre” attorno a noi, senza pensare più a noi.
Dobbiamo lasciar lavorare te, attraverso di noi e non dobbiamo lavorare noi con la scusa del tuo nome.

Ma allora, cos'è questo nostro essere cristiani?

È essere come te, Gesù, essere parte della luce che dà sapore e riempie la vita di sensi, di tutti quei significati diversi e plurali che possono essere ricollegati a quella parola totem che è amore.
Ma senza cambiare troppo tutte queste cose, e senza giudicarle in nulla.

Gesù, tu affermi di essere venuto a rendere vera, a dare compimento alla Parola Antica, quella di Isaia che ancora ci risuona dentro:

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore...

Ecco, noi siamo cristiani se amiche-amici tuoi, Gesù, e quindi amiche-amici di Dio.
Ma questo diventa vero solo 
se sappiamo togliere di mezzo a noi l'oppressione, 
se sappiamo levarci l'abitudine di puntare il dito per accusare (tu sei omosessuale quindi non sei cristiano, tu sei drogato quindi non sei cristiano, tu sei ...) 
se siamo capaci di abolire ogni parlare empio (com'è empio parlare di guerra, o di sfruttamento del lavoro, o di assassinio di vite animali e vegetali e tutto solo per profitto, e specie se “individuale”) 
se apriamo il nostro cuore, cioè l'intimità della nostra vita, a ogni affamata e affamato
se sappiamo saziare d'amore ogni afflitta e afflitto di cuore.

Perché Gesù mio, tu sei sempre elementare, ti capisce anche una bimba.

Tu, Gesù, vuoi solo che noi siamo amore.

Soltanto.

È così semplice.






Ciao r

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