L'eucaristia come servizio e...

... D** come cibo e nutrimento.

Eravamo a Sichar, Gesù, al pozzo tuo e della tua amica straniera, quella che hai corteggiato per regalarti anche a lei.

E a Sichar abbiamo parlato della Lavanda dei piedi, come Eucaristia, come ringraziamento a D** per i doni d'amore che ci fa sempre.

Ascoltiamoti e vediamo, Gesù mio, che cosa questo tuo poverissimo amico ha tirato fuori dalla tua capacità di farlo risuonare di te.

Gv 13,1-17

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».

Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro:

«Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica».”

Brano famoso e molto conosciuto.
Alcuni spunti soltanto, perché è un brano importante e decisivo. Ma in cui noi possiamo fare solo alcuni passi, perché qui dentro ci sono molte cose che sono decisive per quello che siamo, noi che seguiamo Gesù di Nazareth.

1°. Gesù e “i suoi” - quelli che sono nel mondo – siamo noi.
Tutto “il piccolo gregge” di Gesù è attorno al suo Maestro in quel momento. In una cena che prefigura e “cita” la cena pasquale che si sarebbe dovuta fare il sabato successivo. Siamo ancora a giovedì.
“Li amò fino alla fine”, li amò εἰς τέλος, dove la parola greca telos indica la fine, il punto conclusivo, ma sopratutto “il fine”, lo scopo che Gesù si era proposto venendo al mando, riconoscendo la sua missione e vivendola in strada, senza aver mai “dove poggiare il capo”.
Cioè, ancora, l’amore che D** ci porta in Gesù e con Gesù è lo scopo, il fine, l’obbiettivo della esistenza e della vita di Gesù stesso. Ad Angela da Foligno Dio dice che si sarebbe incarnato anche se avesse dovuto salvare solo lei.
Ecco.
D** si incarna per salvare anche “solo me” e qualunque sia il mio nome e purché non abbia deciso di dare retta al diavolo, che sono sempre io, ma nella mia veste peggiore, la veste della morte.

Siamo consapevoli di questa “scelta unica” di D**, che si incarna per salvare “me”, raffaele, Anna, Michele, Antonio…?
Siamo consapevoli di quanto questa affermazione di fede che ho appena fatto ci deve “scandalizzare”? Quanto questa “fede” ci deve fare da inciampo nella vita di ogni giorno, dove ignoriamo questo D** che mi ama in modo così folle e do retta al diavolo che sono io quando non mi amo affatto?
Vediamo, positivamente, come vediamo con gli occhio come gustiamo il cibo con la bocca, vediamo che la presenza di D** in e con Gesù è positiva e reale per ciascuna di noi? E comunque, in qualsiasi modo “ciascuna di noi” si trova a vivere?

Andiamo avanti.

2°. “Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto”.

Anche questo passaggio è famoso.
Ma proviamo a considerare tutte le azioni che vengono fatte, e facciamo attenzione che Gesù è l’ospite principale, la persona per cui, chi è lì è lì.
Gesù: a.- si alza da tavola;
b.- depone le vesti;
c.- si cinge, si copre i fianchi, con un asciugamano;
d.- versa dell’acqua in un catino;
e.- comincia a lavare i piedi.
Sono cinque azioni coerenti a un unico fine, far vedere che Gesù si mette nella condizione di schiavo, e di schiavo.
Lascia la tavola perché non è alla pari con gli altri, si spoglia delle vesti di uomo libero e assume la nudità dello schiavo domestico – un corpo a disposizione dei padroni – poi si copre, si orna solo di uno strumento di lavoro, l’asciugamano, e, infine, lava i piedi dopo essersi procurato l’acqua da solo.
Quante volte, ciascuna di noi, fa queste cinque operazioni per servire “fino alla fine, fino a raggiungere lo scopo”?
Quanto sono consapevole che Gesù mi vuol far vedere qual’è la “struttura reale” del servizio, di questo fatto d’amore che mi coinvolge in ogni aspetto della mia vita e non deve essere “una cosa fatta ogni tanto”, ma una scelta completa, che mi coinvolge “fino alla fine” … fino al tèlos, fino a che non raggiungo lo scopo della mia vita?
Quanto inizio a capire che qui c’è una intera descrizione della natura intima e reale di D**, e quindi qui c’è la descrizione più accurata di quella esperienza che è l’Eucaristia?
3°. “Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».”.

Questo punto è forse il più familiare.
Simon Pietro sicuramente pensa che Gesù è matto e solo lui, “Simon Pietro uomo di buon senso”, lo può fermare in quest’altra incomprensibile follia. Il dialogo che si svolge è delizioso. Ascoltiamolo di nuovo e pensate ai gesti e alle espressioni del viso, anche dovevano essere persone abituate mantenersi con un atteggiamento calmo.

Simon Pietro: «Signore, tu lavi i piedi a me?»

Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo»

Simon Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!».

Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».

Pietro rifiuta lo scandalo di farsi servire da Gesù. Fate bene attenzione. Anche le altre persone presenti lo rifiutano, ma il solo Pietro lo dice a voce alta e a Gesù.

Quante volte mi è capitato di rifiutare un servizio che mi veniva offerto? Decine di volte, mi sembra, e ogni volta per ragioni decisamente mediocri e, spesso, vili.
Per ignoranza di ciò di cui avevo bisogno davvero; per avversione alla persona che mi offriva aiuto; per orgoglio e superbia; per bisogno di autonomia; per paura di dover cambiare qualcosa della mia vita, per paura di dover ricambiare il gesto… e così via.
Ciascuna di noi potrebbe fare un piccolo elenco delle volte in cui ha rifiutato un aiuto o un servizio e di che cosa significa “rifiutare un aiuto” e darsi qualche risposta. O provarci, almeno
4°.«Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Ultimo punto è la spiegazione che Gesù fa, quella “ragione” del suo gesto che ci propone attraverso le persone che lo seguivano.
Anche qui, anziché fare una narrazione di un pensiero teologico, che non ho e non c’è, forse vale la pena isolare alcune domande.
La prima viene da Gesù stesso.
«Capite quello che ho fatto per voi?».
Noi, io, capiamo davvero “quello che Gesù ha fatto per noi?”.
Me lo chiedo spesso e la mia risposta è sempre negativa. Non lo capiamo davvero. Ma qui entra in gioco la fede, e se sono fiducioso dell’amore che D** ha proprio per me allora devo essere convinto che almeno voi, voi di cui sono amico e che frequento, almeno voi abbiate “capito qualcosa” di quello che Gesù ha fatto per noi.
La seconda domanda viene direttamente dalla prima.
Se “ho” o “non ho” «capito bene che cosa Gesù ha fatto per noi», allora devo rifare le cose che ha fatto Gesù. Ma non le stesse. Cioè le stesse ma non le stesse.
Francesco d’Assisi diceva di voler seguire il Vangelo “sine glossa”, cioè senza fare alcuna interpretazione che riduca il valore di quel che il Vangelo mi dice e racconta.
Se Gesù ha lavato i piedi alle persone che lo seguivano e che cenavano con lui, allora noi dobbiamo lavarci piedi gli uni gli altri.
Cioè?
“Lavare i piedi” a qualche persona, ai tempi di Gesù, era l’azione di una persona in schiavitù e neanche degli schiavi in condizioni migliori, ma proprio degli schiavi ai livelli più bassi.
Infatti si camminava molto e a piedi nudi o quasi e quindi li si sporcava parecchio, e con ogni tipo di sporcizia, non solo con la terra e la polvere.
Per cui lavare i piedi era una faccenda disgustosa, molto umile appunto, e altrettanto necessaria.

Cosa ci dice, Gesù? 
 
Ovvero, come va interpretata nel mio “qui e ora”, questa indicazione concreta di servizio?
Oggi, che cosa è, al tempo stesso, molto umile e molto necessaria, come appunto lavare i piedi ai tempi di Gesù?
Se, concretamente e con attenzione, esamino la mia settimana dove e quando “ho lavato i piedi” e dove e quando non li ho lavati?
“Farmi servire” ha significato, per me, qualche volta che io ricordi, “lavare i piedi” a qualcun’altra persona?
Se Gesù ci ha dato un esempio è nostro dovere fare altrettanto, è un nostro “atto d’amore” verso chi ci ama come, nel modo, di Gesù.
Di recente, allora, che esempi ho fornito che sto vivendo la mia vita – questa vita che ho e non ho scelto, ma mi trovo a vivere – dentro una strada che segue Gesù di Nazareth?
In quali modi, ogni giorno, mi rendo disponibile per fare le cinque azioni che Gesù fa nell’Ultima cena?
 
5°. «Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica».
L’ultimo punto è, forse, il più importante.
“Sapendo queste cose” - “Se queste cose avete capite profondamente” - “Se di queste cose conoscete il sapore e il significato in modo profondo e radicale”.
Non è come conoscere le regole della grammatica italiana, o come studiare matematica, o un lingua straniera… non così. Si tratta di vedere bene e, avendo visto bene, sapere altrettanto bene dove andare e che cosa fare. Conoscere, quindi, o sapere? Certo, ma in modo profondo, in modo radicale. Non come di una persona che che studiato di greco e di latino, ma come di una persona che ha com/promesso la sua vita con altre persone e altre vite. Il pastore con le pecore, con le vite animali che ha in affidamento; il capitano di una nave con i suoi marinai e i suoi passeggeri, e con le merci che trasporta; una madre e un padre con le figlie e i figli che hanno, che sono parte della sua vita e con tutti i loro giochi e studi e lavori etc etc; chi cura i corpi e le vite delle persone, perché è medico o infermier* e ha bisogno di considerare l’intera vita del suo paziente.
Ecco, chi segue Gesù deve “sapere” o “conoscere” in questo modo.
Gesù ci dice, e ci promette, che chi lo segue fino a questo punto, per cui capisce e sa con tutto il suo corpo e tutta la sua vita, è beato.
Cioè è felice, di quella felicità quieta, tranquilla e posata, che non passa mai e qualsiasi cosa mi succeda.
Perché è una felicità che mi riempie e mi colma di D**.
L’amore potente.
 
Ciao r



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