Il perdono è di D**...

...perché D** è Potenza ad amare.


Siamo invitati da te a essere perfetti come il Padre, che è nei cieli. 

Ci dici che dobbiamo essere perdono, cioé amore. Un amore che accoglie gli errori delle persone attorno a noi, così come accoglie i nostri errori.

Ma noi siamo in terra, Gesù, e noi abbiamo troppo spesso grandi difficoltà a essere soltanto amore.

Ma tu lo sai, e questa parabola ci insegna che sull'amore e sul perdono dobbiamo partire da noi stessi, e non dagli altri.

Se ci amiamo davvero, allora - davvero - possiamo amare anche le persone attorno a noi.

Ascoltiamo la tua voce.

 Mt 18,21-35

"Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello»
."

"Per questo, il regno dei cieli è simile a un re"... "per questo" che cosa, Gesù?

Per perdonare fino a settanta volte sette, e pure molto di più, in realtà.

Per poter fare questo occorre capire che "il regno dei cieli è simile a un re".

Il perdono non è un accessorio, non è un comportamente etico, neppure è un dato di giustizia.

Il perdono è il "ciò che è" del re. Ciò che appartiene alla sua natura più intima e vera.

Il primo servo gli deve una cifra spropositata. 

Diecimila talenti è cifra da re e da stati, è una cifra che le persone normali non vedono mai in vita. Cento denari sono cento giorni di paga di un salariato. Cioè la metà circa di uno stipendio annuale, cioè è la cifra che vede e concepisce una persona qualsiasi.

La disparità delle cifre ci dice la differenza di condizioni. 

Il servo che deve diecimila talenti è, benché schiavo, anche una specie di banchiere, un operatore finanziario. L'altro servo, quello dei cento denari, è uno qualsiasi, uno senza particolari ricchezze.

Che cosa succede?

Succede che il primo servo si vede chiedere i diecimila talenti. Ma non li ha e il re decide che sia venduto, lui la moglie i figli e tutto quel che ha. Questa è la conseguenza, la gravità, il "peso specifico" del debito di quel servo. Le vite della sua famiglia e i suoi beni e tutta la sua vita sono travolte da quel debito. Ma quel servo supplica e chiede una proroga e il re, invece, gli condona tutto.

Il re cambia proposito perché vede la sofferenza, perché capisce il dolore del suo servo per la catastrofe che lui stesso ha provocato, cioè per la perdita totale della sua vita e di quella della sua famiglia. 

Il re si identifica nel servo - di cui noi nulla sappiamo - e gli condona totalmente il debito.

La scena successiva rovescia completamente la situazione.
Il servo da 10.000 talenti vede un suo debitore da cento denari e lo percuote e lo fa mettere dentro finchè non ha avuto indietro il suo. Eppure a lui è appena stato condonato un debito molto più grande.

Questo, mi sembra, è proprio il punto su cui riflettere. Ci sono due comportamenti molto diversi. Il re e il suo servo.

Il problema del perdono è - sempre - il fatto della disparità di trattamento. 

Il servo da 10.000 talenti usa due pesi e due misure. Una misura per leggere il perdono che riceve e un'altra misura per pesare il perdono che deve dare.

Allo stesso modo facciamo noi. 

Usiamo una misura per noi e un'altra, molto più rigida, per gli altri. Invece dobbiamo usare la stessa misura, e che sia la più larga possibile, però a condizione che io sappia accettare la verità di quel che ho fatto. 

Se non conosco la gravità delle mie azioni e, quindi, se non mi conosco e non mi amo, allora userò sempre molti metri e molte misure, e ogni volta quella che mi conviene in quella circostanza. Cioé mentirò sempre.

Ma proprio questo, questo atteggiamento, è esattamente "il male" che c'è nel mondo.

Il nostro peccato, quello che Gesù è venuto a prendere su di sè per liberarcene.

Il "regno dei cieli", allora, è sapere chi siamo e che cosa facciamo e, quindi, la gravità di quello che possiamo fare se non amiamo. Ma è anche perdonarci per saperci fermare prima che le nostre azioni diventino gravi e irreparabili. 

Ma "regno dei cieli" significa - nello stesso momento - affidarsi all'Amore che perdona, ma sapendo che questo è possibile soltanto se noi abbiamo usato lo stesso tipo di amore nelle relazioni tra di noi.

Amando e perdonando, ma pure facendo vedere che sappiamo la verità su quel che facciamo e sulle sue conseguenze.

Perchè saremo perdonati solo nella misura in cui avremo perdonato, noi stesse e tutte le altre persone, e con la stessa misura d'amore e nella verità di quello che è successo.

Per essere perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli.


ciao r



 


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