Lo Spirito di D** e l'amore, plurale






La narrazione dello Spirito che scende sopra i discepoli di Gesù riuniti in preghiera insieme a Maria e questi si mettono a parlare tutte le lingue dei dintorni, cioè sono capiti da chiunque li ascolta proprio perché pieni di Spirito di D**, è nella prima lettura delle messa di domenica della festa di Pentecoste, in una lettura dagli Atti degli apostoli.
La conosciamo bene e per questo la trascuro.
Invece la seconda lettura è un famoso brano di Paolo dalla lettera ai Romani ed è uno di quei pezzi molto belli e altrettanto tosti e duri, e in cui il Paolo ex fariseo esercita tutta la sua passione di innamorato di Gesù; uno di quei brani su cui la filosofia e la teologia non smettono di esercitarsi.
Ecco, ho personalmente fatto troppa sia dell'una che dell'altra per provarci anche io. Ma vi chiedo di leggerlo, anche perchè ne cito alcuni passi.
A iniziare da quella cosa bellissima che è un famoso non poter avere paura (“...voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura...”); e poi ci sarà qualcos'altro, che senz'altro userò di questo brano ricco.




Invece Vorrei che ascoltassimo il Vangelo e la Parola di Gesù che si entusiasma dell'Amore, cioè di D** che lui chiama Padre e di quello che sta facendo tra di noi e con noi.
Ascoltiamo questa voce d'amore.



Gv 14, 15-16.23-26
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto
».



Ribadiamo subito una cosa che ci ha già detto Beppe due settimane fa e che qui ci viene riproposta e ribadita tre volte.

In Gesù solo se lo si ama si possono osservare i suoi comandamenti. Non c'è alcuna altra possibilità: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti … Se uno mi ama, osserverà la mia parola … chi non mi ama, non osserva le mie parole».



Ora, il senso antropologico della religione, di quasi ogni esperienza religiosa, è esattamente il contrario. La religione serve a cercare la “volontà” del divino per obbedire a questa volontà, ai suoi comandi e alle sue leggi, perché solo così, solo facendo la volontà del divino, si possono avere vantaggi presenti e/o futuri, o si fa ciò che è giustizia.
In Gesù l'obbedienza ai comandamenti, cioè il “fare la volontà di D**”, è soltanto ciò che deriva subito, immediatamente, dal fatto di amare Gesù.
E solo da questo.

Il fondamento di tutto ciò che Gesù è, e ci propone, resta (per sempre!) immerso in questo sentimento elementare che chiamiamo “amore” e che, troppo spesso, ci confonde. Talvolta ci confonde con tanta felicità, ma altrettante volte ci turba con il dolore e la pena.
Ma l'amore non basta.Per Gesù all'amore seguono immediatamente due conseguenze.

La prima è Gesù ci fa ottenere qualcosa: lo Spirito.
Gesù “prega” per noi, perché noi si abbia qualcosa di D**, qualcosa che resti «sempre» con noi e ci difenda, ci liberi dal peccato e dalle accuse del peccato.
Questo è proprio quello che Paolo scrive, in modo molto netto, nella lettera ai Romani:
Lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.
Paolo è molto esplicito: vita e giustizia sono in noi per mezzo di D** che ci abita attraverso e con lo Spirito; questa è l'esperienza di chi ama Gesù e trova in questo amore tutta la potenza di D** che vive in noi.
Lo Spirito, appunto.

La seconda è la comprensione della identità immediata tra Gesù Nazareno, il carpentiere, il figlio di Maria, il discendente di David tramite Giuseppe il falegname, Gesù mangione e beone, Gesù che fa miracoli a chi vuole lui, ma pure si fa togliere la sua potenza di guarigione da chiunque sia abbastanza spudorata, coraggiosa e disperata / piena di speranza da toccargli un lembo del mantello perché sa che basta questo per guarire, Gesù Crocifisso insultato e morto, l'identità immediata tra questo Gesù umano e D** l'Altissima Potenza, l'Immenso Bene, il D** Alterità Completa, Amore Così pieno e semplice da essere incomprensibile e inavvicinabile.
Se non – soltanto - tramite Gesù e la sua Parola.
Anche questo è detto almeno tre volte nel brano della domenica di Pentecoste:
«...io pregherò il Padre ed egli vi darà … la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato... lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome…».
Ma pure nelle letture del Vangelo di Giovanni delle scorse settimane c'è una famosa risposta di Gesù a Filippo.... Chi ha visto me ha visto il Padre … Per Gesù questo è un nodo inscindibile. Lui, Gesù, è il Dito di D** nel mondo, è l'azione di D** tra noi, il suo regno che ci ha raggiunti.

Dentro queste due cose – che già da sole ci fanno vacillare e mettono a dura prova la nostra fiducia in Gesù – entra la terza cosa, detta da Gesù con semplicità, che viene chiamata sempre lo Spirito di D**, quello che noi chiamiamo Spirito Santo e che è D** operante nelle nostre vite.




Anche questo ultimo passaggio Gesù lo dice tre volte:
«... io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre … il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui … lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Lo sapete? Non lo so se lo sapete.
I cristiani fino al 3° secolo d. C., e cioè per i primi tre secoli circa della esperienza cristiana, non hanno luoghi di culto. Non hanno chiese o basiliche o sinagoghe. Anche gli ebrei, dopo il 135 d. C. non hanno luoghi di culto, ma le sinagoghe assumono presto questa funzione. Nei cristiani, almeno fino al 250 d. C., l'assenza di luoghi di culto è strategica. Si riuniscono in casa di qualcuno e lì celebrano la Parola, cioè si dividono la Parola di Gesù, e l'eucarestia, il pane e il vino in nome e memoria di Gesù e come segno della sua presenza reale tra di noi.

Quest'ultimo passaggio del Vangelo di domenica ci dice che i nostri luoghi di culto sono i nostri corpi, le nostre vite.
Ci racconta che Gesù ci assicura che D** non ha luoghi preferiti dove vivere e amare, dove essere D** e fare D**, se non nella povertà e nella miseria, spesso e troppo spesso, della mia vita, di questo corpo che è la mia vita in cui D** vive e opera per il bene di tutti.
Difficile da credere?
Certo, come l'amore è difficile da credere.
Come l'amore anche D** amore e il suo Spirito d'Amore è molto più semplice da vivere.
Ogni giorno.

Ciao r

 


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