La libertà di Gesù ...

... è il suo amore. 

III domenica di Pasqua.





Il vangelo di domenica è famoso, specie perché su di esso si basa il famoso “primato di Pietro”, cioè la supremazia del vescovo di Roma sugli altri vescovi cristiani, in quanto discendente di Pietro, primo vescovo di Roma.
Ma non è questo il punto nodale, per me, di questo bellissimo brano.





Ci sono due passaggi, fondamentali.
Il primo all'inizio del brano. Alcuni di loro, dei discepoli, si trovano insieme in Galilea, sulle rive del mare di Tiberiade. Non è detto dove sono. Sono lì, da qualche parte.
Sanno che Gesù è risorto, ma non sanno che cosa devono fare. Sono inquieti, irrequieti.
E Pietro rivela la sua leadership, e l'impetuosità del suo carattere, con un annuncio semplice: «Io vado a pescare».
Questa irrequietezza è decisiva. Non sono più pescatori, anche se sanno pescare, almeno Pietro sa pescare, ma anche gli altri ne hanno una idea, chi più chi meno.
Quanto siamo inquieti, noi, dentro le nostre “cose”, dentro le nostre capacità. Per cui ci sentiamo senza ordini, senza comandamenti da parte di D**, e allora torniamo a fare le cose che sappiamo fare da sempre.
Ci mettiamo a pescare, perché almeno è una cosa che controlliamo e qualcosa pescheremo.
Siamo sicuri?
Secondo il vangelo di Giovanni non è così.
Ascoltiamolo.




Gv 21, 1-19
Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand
o ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».”




Il punto di partenza di questo bellissimo brano è la nostra inquietudine, che non è diversa – minore o maggiore – da quella di Pietro. Vorremo essere rassicurati. Insomma, sei risorto, ormai non ne dubito più … ma questo caspita di Regno lo fai venire o no? Ci dici che cosa dobbiamo fare? Ci dai qualche ordine?
No. Tu stai zitto … D** tace … beh, allora io vado a pescare e voi fate un poco l'accidenti che volete.
Dai ... Pietro … non arrabiarti come al solito … veniamo anche noi con te” … e magari non ne avevano nessuna voglia.
Ma lo seguono, perché si sono abituati a mandarlo avanti, a lasciare che si pronunci per loro, a farne una specie di portavoce … e perché Gesù ama questo pescatore iracondo e fedele, come un bambino, che forse non ha capito nulla di Gesù – a quel punto, sulle rive dal mare di Tiberiade … che se ne va a pescare.
Le nostre leadership umane sono fatte anche di queste cose, anche di spessori così umani e così poveri.

Dalla pesca non tirano fuori nulla.

Era ovvio. Non sono più pescatori, sono tre anni che fanno altro. Ma insomma non si dimentica il mestiere di una vita. Certo che no. Ma non si va a pescare perché sei inquieto e irritato. Si va a pescare perché è la notte giusta, e i tempi sono quelli adatti. Se vai a pescare perché sei irritato e inquieto se ti va bene succede che non peschi nulla.




La nostra fatica è sprecata se non abbiamo Gesù. Senza Gesù, disperdiamo la nostra fatica e il nostro lavoro.

Qui c'è il secondo punto che mi commuove.
«Figlioli, non avete nulla da mangiare?».

Gesù compare sulla riva d'improvviso, e loro – suppongo – stanno tornando a riva dopo la fatica inutile della notte. La voce di Gesù – ma loro non lo sanno – li raggiunge … avete qualcosa da mangiare?
Gesù vuole essere sfamato da noi, ha bisogno del nostro cibo.
Ma noi non ne abbiamo, siamo poveri di cibo.
Allora ci dà da mangiare lui.: «Gettate la rete dalla parte...».

Non possiamo nutrire Gesù se non con il cibo che Gesù stesso ci fa prendere. Noi la chiamiamo, normalmente, “fede”, ed è l'esperienza della presenza di D** nelle nostre vite. Solo sei la nostra consapevolezza di questa presenza è forte allora siamo capaci di seguire i suggerimenti di Gesù e di pescare tutto il pesce che ci serve.

Ma questo è solo l'Antefatto, l'inquadramento della parte più commovente del brano, cioè l'incontro di Gesù con Pietro.

Pietro non si accorge che Gesù è Gesù. Ma come glielo dice “il discepolo che Gesù amava” allora si annoda la veste alla cinta (perché nuota nudo e non vestito), si butta in acqua e nuota verso Gesù.
Ma solo per stare vicino a Gesù.
Nulla gli chiede, non ha bisogno più di nulla. Gli basta stare vicino a Gesù e pensare nel suo cuore che, a quel punto, tutto va bene, tutto è a posto.

Come siamo noi, con Gesù? Ci buttiamo nudi come siamo per raggiungerlo? Se qualcuno lo riconosce per noi, che cosa facciamo? Ci mettiamo a fare pettegolezzo? (Ma guarda? È cambiato! Sembra più bello! … chissà perché non l'ho riconosciuto?) oppure ci gettiamo in acqua e lo raggiungiamo a nuoto?
E una volta che l'abbiamo raggiunto, che cosa facciamo? Ci mettiamo a dirgli come si arrostisce il pesce? O di aspettare che il pesce che abbiamo pescato noi è molto più buono di quello che ha Gesù? Oppure ci mettiamo vicini a Gesù, contenti della sua presenza, e tutto i resto non conta più nulla? Cosa siamo noi per Gesù e chi è Gesù per noi? Qual'è l'urgenza del nostro amore con Gesù?




Infine il pezzo più bello.
La triplice domanda di Gesù a Pietro.
Non so se questa domanda fonda il “primato di Pietro” e, sinceramente, non mi interessa saperlo.
So che questa domanda è rivolta anche a me e anche io non capisco perché Gesù me la fa tre volte. Come se non capisse o non ci credesse, o come se avesse bisogno di sentirselo dire più volte, perché non gli sembra possibile che io gli voglia bene.
Pietro non vuole bene a Gesù “più di noi”, ma proprio come noi. Come proprio come noi l'ha rinnegato e lo ha cercato, dopo, per farsi perdonare il suo rinnegamento. Siamo tutti peccatori riscattati e perdonati. Non peccatori pentiti. Lo si spera, ma non è questo in gioco. In gioco è la presenza di Gesù che io non mi sono guadagnato in alcun modo.
Gesù è qui e mi ha arrostito dell'ottimo pesce … e son sicuro che c'è anche un poco di vino.
Buono, ovviamente.
Poi mi chiede se lo amo più degli altri, se lo amo e basta, se gli voglio bene e io ogni volta cerco di rispondere e sono in imbarazzo. Anche perché Gesù mi dice, misteriosamente, di fare il pastore in vece sua:
«Pasci le mie pecore». Che cosa significa, nella mia vita, pascolare le pecore di Gesù? Devo fare il prete? O devo vivere la mia vita, nel modo migliore possibile, moltiplicando i talenti che mi sono stati dati?
Non ho risposta e non condanno la risposta della Chiesa cattolica romana.
Dico solo che in questo brano non c'è scritto che Gesù elegge il primo papa e lo convince a formare un clero.
Qui c'è solo scritto che Gesù mi chiede un amore che coinvolga tutta la mia vita.
Se amo Gesù, e se lo amo “più di voi” (come ciascuno di voi lo ama più di tutte le altre e tutti gli altri messi insieme), allora devo – per forza d'amore – occuparsi di chi mi sta intorno, dei viventi e degli umani che sono attorno e dentro la mia vita e devo “pascerli”, dare loro da mangiare, far loro vivere la vita, proteggerli, prenderli in cura, occuparmi di loro. Perché tutte e tutti loro sono “pecore di Gesù”.
E c'è scritto – se Giovanni, o il redattore del testo che noi chiamiamo Giovanni, ha ragione nella sua esegesi - c'è scritto che dobbiamo farlo finché la nostra vita si rovescia e dopo che noi ci siamo occupati degli altri qualcun altro si occuperà di me.
In ogni condizione di vita e anche nella peggiore – dove qualcuno mi porta alla morte - devo “dare vita” alle pecore di Gesù, devo occuparmene.

Tenendo bene presente l'unico vero comando che Gesù mi dà.

«Seguimi».




Ciao r




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