29 marzo 2011, martedì della 2° settimana di Quaresima

"In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello»." (Mt 18,21-35)










 “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”


Lo spazio dell'amore in cui viviamo e che rinneghiamo quasi ogni giorno è dato dalla differenza tra diecimila talenti e cento denari. Meglio ancora è dato dalla necessità per Gesù di ricorrere al confronto "visivo" tra 10.000 talenti (una cifra enorme) e cento denari (una cifra assolutamente normale, disponibile per tutti).
Quello che Dio ci riconosce, basta che glielo chiediamo, è l'amore che raccoglie in sé tutto e non lascia niente fuori di sé. Ma che chiede, ovviamente (ed è un "ovviamente" molto importante), di amare persone che fanno agli altri quello che viene fatto a loro. L'amore di Dio perdona soltanto tutto quello che noi stessi perdoniamo. Solo quello che noi perdoniamo è perdonato da Dio. 
Così siamo noi che diciamo a Dio che cosa ci può perdonare e glielo diciamo solo perdonando a nostra volta.
Per questo l'amore di Dio è una fioritura di stagione, una vita qualsiasi, una architettura povera.
Perché è vita sempre dentro la vita, perché è un amore che chiede unicamente un poco di quella vita che lui solo sostiene e fa vivere. Dio vuole solo un poco dell'amore che ci regala a mani piene, e non lo vuole per se stesso ma per darlo a quelle persone a cui noi non lo diamo. 
E questo resta così, fino a quando, un giorno all'improvviso, non capiamo che noi siamo tanto più un amore felice quanto più doniamo a chiunque quell'amore che noi stessi siamo: questo amore donato. 
E così ci cambiamo in pane affinché chiunque ha fame ci possa mangiare.
Allora davvero il Signore, l'Immenso bene, ci ricompensa regalandoci tutto.

ciao
r



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